Mirkò at work

Antonio Pagnotta – fotoreporter del libro L’ultimo uomo di Fukushima

I remember well the day I discovered Mirko’s work. Drenched in sunlight, it was one of those days where you take refuge in the dark alleys of Vietri sul mare to escape the biting heat. Vietri sul mare is a border town, between Salerno and the Amalfi Coast, between the hills and the sea, between other invisible worlds. A bright colourful town of painted ceramic-tiled roofs. Where merchandise glints along the sidewalk and on the walls, to lure in the tourists and their desire for souvenirs at great deals. The traditional coastal motifs — lemons, moons, suns — cram the surfaces of vases and many other objects. Then, at the end of a dark, narrow stretch of shops, a light, a bolt of originality. Art, elegance, a gasp of life among the dying tradition. The usual citrus-decked panorama fades in the face of Mirko’s original designs. I had just returned from Japan, where ceramics is a noble art form, on par with painting and sculpture. In Tokyo, Mirko’s pieces would sell for millions of yen. In the hyper-monotony of the alley, Mirko’s handcrafted pieces roared with the bold, sinuous stroke of his paintbrush. They asserted themselves with such energy, assaulted the homogeneity of the uninspired artists, dealt a fatal blow to all the bad taste. The creativity, the shapes of the vases and plates, the strokes of this ceramicist seemed to come straight from Magna Graecia. They had the intimate spirit, the millenary strength, they evoked the archaic Greek history of Campania, 3000 B.C. The bridge that Mirko built between this ancient tradition and modernity had me convinced of his capability to leave a mark on Vietrese ceramic history. The attention to detail is a testament to a lifelong practice of the art of ceramics, so minutious as to make me believe it was the work of one of the last old artisans still alive, the only ones capable of distilling so much beauty into their creations. I didn’t hesitate for a second, and quickly entered his atelier, the woman of my life, Graziella Salvatore, on my arm. We purchased three gorgeous plates, “The Cheat,” “The Scribe,” and his “Self-Portrait.” We would have liked to further finance the artist’s creativity, but it was not possible: Mirko didn’t authorize the sale of many of his pieces. Neither commerce nor money interested him; his sole intense and continual pursuit was artistic. Mirko was a man, a talented master artisan free to exercise his craft. We discovered that the lady who greeted us in the shop was the painter’s mother, a mysterious and volcanic woman. We visited the atelier a second time before meeting him. Mirko arrived together with his inseparable Giovanna. Before our eyes was a man far too young, some twenty years old, straight-nosed, dark-skinned, with black eyes and an eagle-sharp gaze. He resembled a Greek navigator that had just arrived from the shores of Magna Graecia three thousand years ago. He is inhabited by an intense interior life, in which the ancient and modern worlds collide and commingle without fear, liberating new energies. His works are the result of this battle. Mirko is in habited by an intense interior life, by a limitless imagination. Each of his pieces is unique, irreproducible. Mirko’s works, his sensibility of simple and sophisticated beauty, of ceramics and brushwork, mark our time, create a ‘before’ and an ‘after.’ Mirko’s body and spirit pour into his work, recounting the forgotten and eternal times of the soul. What a day. I asked to photograph him in his studio while he mixed and molded the clay of his beloved ceramic. I wanted a portrait, to capture his spirit, immortalize his soul. Shot by shot, brushstroke by brushstroke. I observed him at length through my lens, obtained photos of his merit, but not his soul. I knew it couldn’t be bought, but I also learned that day it couldn’t be captured, either.
Mi ricordo bene il giorno in cui ho scoperto le opere di Mirkò. Era un giorno di sole, uno di quelli in cui ci si ripara nei vicoli scuri di Vietri sul mare per scappare ai morsi del caldo. Vietri sul mare è una città di frontiera, tra Salerno e la Costiera Amalfitana, tra le colline e il mare, tra altri mondi invisibili. Una città sgargiante di ceramica dipinta sui tetti. Molta merce fa bella mostra di sé sui marciapiedi, o sui muri per adescare i turisti e il loro desiderio di souvenir a buon mercato. I motivi tradizionali della costiera – i limoni, la luna, il sole – ornano noiosamente i vasi e le tazze, riprodotte in serie senza immaginazione, fino alla nausea. Poi, in fondo ad una buia strettoia di bottega, la luce, uno schiaffo di originalità. Eleganza arte, un soffio vivo nella tradizione morente. La solita scenografia addobbata di limoni scompare di fronte ai disegni originali di Mirko. Arrivavo dal Giappone, dove la ceramica è un’espressione artistica nobile, pari alla pittura e alla scultura. A Tokyo, le opere di Mirko varrebbero milioni di yen. Nella monotonia hyper del vicolo, i manufatti di Mirkò ruggivano con un tratto di pennello sicuro e sinuoso. S’imponevano con tale energia da assaltare l’omologazione degli artisti annoiati, e assestavano un colpo mortale al cattivo gusto. La creatività, le forme dei vasi e dei piatti, i tratti del ceramista sembravano venire dritti dalla Magna Grecia. Ne possedevano lo spirito intimo e la forza millenaria, rievocavano la storia degli arcaismi greci della Campania del terzo millennio A.C. Il ponte che Mirko costruiva tra questa tradizione antica e la modernità, mi convinse della sua capacità di segnare la storia della ceramica vietrese. La cura dei dettagli testimonia una lunga pratica dell’arte della ceramica, tanto minuziosa da farmi credere che si trattasse di uno dei pochi vecchi artigiani ancora in vita, i soli capaci di condensare tanta bellezza nelle loro creazioni. Non esitai un attimo ed entrati subito nel suo atelier insieme alla donna della mia vita, Graziella Salvatore. Acquistammo tre bellissimi piatti, “Il baro”, “Lo scriba”, e il suo “Autoritratto”. Avremmo voluto continuare a finanziare la creatività dell’artista, ma non fu possibile: Mirko non autorizzava la vendita di molti dei suoi pezzi. Né il commercio, né il denaro, la sua è ricerca artistica intensa e continua. in serie senza immaginazione, fino alla nausea. Poi, in fondo ad una buia strettoia di bottega, la luce, uno schiaffo di originalità. Eleganza arte, un soffio vivo nella tradizione morente. La solita scenografia addobbata di limoni scompare di fronte ai disegni originali di Mirko. Arrivavo dal Giappone, dove la ceramica è un’espressione artistica nobile, pari alla pittura e alla scultura. A Tokyo, le opere di Mirko varrebbero milioni di yen. Nella monotonia hyper del vicolo, i manufatti di Mirkò ruggivano con un tratto di pennello sicuro e sinuoso. S’imponevano con tale energia da assaltare l’omologazione degli artisti annoiati, e assestavano un colpo mortale al cattivo gusto. La creatività, le forme dei vasi e dei piatti, i tratti del ceramista sembravano venire dritti dalla Magna Grecia. Ne possedevano lo spirito intimo e la forza millenaria, rievocavano la storia degli arcaismi greci della Campania del terzo millennio A.C. Il ponte che Mirko costruiva tra questa tradizione antica e la modernità, mi convinse della sua capacità di segnare la storia della ceramica vietrese. La cura dei dettagli testimonia una lunga pratica dell’arte della ceramica, tanto minuziosa da farmi credere che si trattasse di uno dei pochi vecchi artigiani ancora in vita, i soli capaci di condensare tanta bellezza nelle loro creazioni. Non esitai un attimo ed entrati subito nel suo atelier insieme alla donna della mia vita, Graziella Salvatore. Acquistammo tre bellissimi piatti, “Il baro”, “Lo scriba”, e il suo “Autoritratto”. Avremmo voluto continuare a finanziare la creatività dell’artista, ma non fu possibile: Mirko non autorizzava la vendita di molti dei suoi pezzi. Né il commercio, né il denaro, la sua è ricerca artistica intensa e continua. Mirkò, era già un uomo e un talentuoso maestra d’arte libero. Scoprimmo che la signora che ci accolse nella bottega era la mamma del pittore, una signora misteriosa e vulcanica. Visitammo l’atelier una seconda volta, prima di incontrarlo. Mirkò arrivò insieme alla sua inseparabile Giovanna. Davanti ai nostri occhi, si presentò un uomo molto giovane, una ventina d’anni, il naso dritto, la pelle scura, gli occhi neri. Uno sguardo d’aquila, sembrava un navigatore greco appena sbarcato su una delle spiagge della Magna Grecia, tremila anni fa. Un’intensa vita interiore lo abita, dove il mondo arcaico e quello moderno si affrontano e scontrano senza sosta, liberando energie nuove. Il risultato di queste battaglie sono le sue opere. Mirkò è abitato da un’intensa vita interiore, da un immaginario senza confini. Ogni sua opera è un pezzo unico e irripetibile. Le opere di Mirko, la sua sensibilità per la bellezza semplice e sofisticata, la ceramica e il tratto di pennello, segnano il tempo, marcano un prima e un dopo. La carne e l’anima di Mirko si riversano nelle sue opere, raccontano i tempi dimenticati e onnipresenti dell’anima. Quel giorno, gli chiesi di fotografarlo nel suo atelier, mentre impastava e modellava la sua amata ceramica. Volevo un ritratto, catturare il suo spirito, immortalare la sua anima. Scatto dopo scatto, pennellata dopo pennelletta. Lo osservai a lungo con il mio obiettivo, ottenni foto di pregio ma non la sua anima. Sapevo che non si poteva comprarla, quel giorno capii che non era nemmeno possibile catturarla.
ANTONIO PAGNOTTA